Treni alpini, l’avventura viaggia su rotaia

Non chiamatelo semplicemente treno. Viaggiando a bordo della Matterhorn Gottard Bahn ci si accorge subito che è qualcosa di più di una ferrovia e che sfugge decisamente alla definizione di trasporto. Con un percorso complessivo che si snoda su 144 chilometri da Zermatt a Disentis e da Andermatt a Göschenen, superando un dislivello di circa 3300 metri, 33 tunnel e 126 ponti, il “treno dell’avventura” ha infatti tutti i numeri di un’esperienza unica che arriva dritta al cuore delle Alpi. Inaugurata nel 1926 la ferrovia ha aperto al turismo le regioni montane del Vallese, Uri e Grigioni ed ha saputo rinnovarsi nel tempo per offrire oggi ai visitatori un’esperienza autentica senza rinunciare al comfort e alla funzionalità della migliore tradizione svizzera. Le affascinanti carrozze glamour degli anni ’20 sono state rimpiazzate da vagoni spaziosi e dal design moderno, ma l’emozione di guardare le alpi scorrere attraverso i finestrini è rimasta la stessa. E in effetti il paesaggio incorniciato dalle ampie vetrate panoramiche del treno è in sé una delle più suggestive cartoline alpine: ghiacciai maestosi (in Vallese si trovano i primi tre d’Europa per ordine di grandezza), lingue di ghiaccio che solcano le pareti spingendosi fino a valle, gole vertiginose alternate a placidi laghi in quota.

Se poi il viaggio fino a Zermatt non ha esaurito la vostra voglia di avventura potete sempre salire sulla Ferrovia a cremagliera del Gornergrat per arrampicarvi all’ombra del Cervino con pendenze che sfiorano il 200%  fino a 3089 metri.  Una volta lì non resta che perdersi con lo sguardo sulla vista impareggiabile di ben 29 cime da 4000, magari scegliendo di soggiornare presso il Kulm Gornergrat, l’albergo più ad alta quota d’Europa, oppure approfittando delle infinite possibilità di trekking, escursionismo o biking nella zona. Nella stagione invernale la Ferrovia del Gornergrat viene utilizzata anche per sposarsi all’interno del comprensorio sciistico di Zermatt, vero e proprio paradiso per sciatori, freestylers e bambini.  Le stazioni intermedie sono infatti direttamente collegate alle discese, al parco del freeriding, alle piste per i più piccoli ed ai percorsi escursionistici, oltre che all’imperdibile Villaggio Igloo di Rotenboden (2819 m), dove rilassarsi davanti a una fondue, ascoltare musica o provare l’esperienza unica di dormire una notte in una stanza di ghiaccio sotto il cielo stellato del Cervino.

Info utili

La soluzione più conveniente per viaggiare con il trasporto pubblico in Svizzera è acquistare uno Swiss Pass, un biglietto unico che vi permette di usufruire di un numero illimitato di corse su tutta la rete dello Swiss Travel System (ferrovie, autobus, battelli), per una durata  a scelta di 4, 8, 15, 22 giorni oppure di un mese, ed un costo a  partire da CHF 266.00. Sono inclusi anche i mezzi pubblici di 37 città, una riduzione del 50% sulla maggior parte delle ferrovie di montagna, funivie e l’ingresso gratuito in quasi tutti i musei. Info http://www.swiss-pass.ch/it/swiss-pass.

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I vini vallesani, una storia di passioni e antichi vitigni

La Svizzera, si sa, è terra di streghe e leggende medievali, di favole e di miti. Alcuni riesce anche a sfatarli con piacevole sorpresa. Uno tra tutti, forse il più prezioso, è legato alla produzione vinicola, insospettato fiore all’occhiello del Canton Vallese e a buon diritto tra le eccellenze nazionali. Sebbene infatti una credenza diffusa leghi la qualità del vino alla quantità di sole che scalda i vitigni durante l’anno, qui è il calore unico del föhn a permettere la coltivazione di vini di qualità e fattura pregiate, curati dalla mano attenta dei viticoltori vallesani che da secoli domano il paesaggio alpino della Valle del Rodano per declinarlo alla passione per la terra ancor prima che al piacere della tavola.  Non sorprende quindi che in Vallese crescano rigogliose ben 64 qualità di vitigni, i più alti d’Europa, di cui ben 49 vantano la Denominazione d’Origine Controllata, estesi su una superficie di oltre 5000 ettari che fanno del cantone il primo produttore vinicolo della Svizzera.  La sua ricchezza è nella varietà dei suoli e nella posizione climatica favorevole, con estati secche e autunni clementi, che permettono anche a qualità di uva particolarmente delicate e bisognose di cure crescere ed essere vinificate.

Una sequenza interminabile di terrazzamenti con muretti a secco, disegna con geometrie orizzontali quello che è il leitmotiv indiscutibile del paesaggio vallesano,  come si vede salendo con la funicolare da Sierre a Crans  Montana, dove i vigneti accompagnano il viaggiatore spingendosi quasi fino al centro abitato, oppure contemplando i dintorni di Sion, capitale del cantone, una cittadina dal cuore medievale che sembra essersi aperta un varco tra gli appezzamenti coltivati a vite. Il risultato è una carta di vini particolarmente interessante, dove si trovano accanto ai classici della regione alpina accostamenti audaci ed esperienze gourmand tra le più raffinate d’Europa.

© Naida Caira© Naida Caira

Tra i prodotti più apprezzati  a livello internazionale c’è senz’altro la Petite Arvine, il più elegante dei bianchi, secco e dal gusto ampio, arricchito da note di glicine, pompelmo e rabarbaro, intensamente aromatizzato da una vasta gamma di frutti esotici e accompagnamento ideale di piatti a base di pesce di mare, crostacei e formaggi d’alpeggio. L’Amigne, altro bianco d’autore, con il suo aroma agrumato è il vanto della località di Vetròz e raggiunge livelli sublimi con l’invecchiamento. Il Pinot Grigio, o Malvoisie, impreziosisce le cantine vallesane con il suo bouquet complesso di mele cotogne, marmellata di prugne, miele, frutta cotta e spezie orientali. E poi, naturalmente i grandi “classici” Le Fendant, Johannisberg, e Pinot blanc.  Va detto che la maggior parte dei vitigni bianchi del Vallese richiede una vendemmia tardiva e si presta quindi ottimamente alla produzione di eccellenti vini dolci liquorosi.  Gamay e Cornalin sono invece le stelle indiscusse della carta dei rossi, il primo è il vino sapido e amabile per eccellenza, aromatico e vivace nel suo incontro di spezie e frutti rossi. Il secondo è l’eredità preziosa dei viticoltori vallesani che fin dal XIV secolo hanno curato con pazienza questo vitigno tardivo e capriccioso per farne un nettare che si esprime nell’aroma fruttato della ciliegia e dei chiodi di garofano, adatto a qualsiasi tipo di portata.

©  Naida Caira©  Naida Caira

Insomma, un soggiorno da queste parti che si rispetti, non può prescindere dall’incontro con i frutti di cui il cantone va più fiero. E  che il Vallese abbia intrecciato la propria storia con quella dei suoi vitigni lo si vede non solo a tavola. Dalle visite con degustazione alle cantine storiche come l’Enoteca Château de Villa a Sierre, ai tanti sentieri e passeggiate tra i vigneti, come la via del vino Martigny a Leuk o il sentiero didattico dei vitigni Visp a Visperterminen, dove l’uva matura fino a 1150 slm, infinite sono le possibilità per scoprire il gusto e le bellezze naturalistiche passando per la cultura del vino. E al prezioso nettare è dedicato anche il Museo Vallesano della Vigna e del Vino, con sede a Sierre ed a Salgesch, ed ovviamente il calendario di manifestazioni è ricco di appuntamenti che celebrano la vendemmia e i suoi frutti come le settimane del vino di Varen o il festival Jardin de vins, dove abbinare alla degustazione di vini quella dei piatti tipici dell’area di Sion. Info http://www.valais.ch/it/.

© Valais Tourism/Wallis Tourismus© Denis Emery / Photo-genic.ch

Il Sentiero dei briganti, da territorio di frontiera a terra di storia, cultura e natura

Ne ha visti tanti il territorio dell’Alta Tuscia Laziale di briganti, malandrini e fuorilegge alla fine dell’800, e  chi pensa che siano del tutto scomparsi fa un grande errore. Essi rivivono fortemente attraverso il Sentiero dei Briganti, itinerario culturale e naturalistico che parte dall’estremo limite settentrionale del comune di Acquapendente, fino a Vulci. Il territorio, che si incunea tra Lazio, Umbria e Toscana, per la felice posizione geografica costituisce un comprensorio unico in Italia che merita di essere conservato, custodito e valorizzato. L’itinerario, segue le tracce dei briganti di fine 800, snodandosi tra foreste secolari, gole e canyon fluviali, testimonianze etrusche e medievali: in circa cento chilometri, due riserve naturali, un’oasi del WWF, due laghi  e varie aree archeologiche, un tempo territori di frontiera, miseria e malaria, oggi luoghi di leggenda. Percorsi originali al di fuori di rotte turistiche e proprio per questo più intriganti ed affascinanti, borghi storici come Acqupendente, Cellere, Gradoli, Valentano, Farnese. Lo si scopre a poco a poco, imboccando a piedi strade sterrate che partono dalla Riserva del Monte Rufeno, o godendosi una passeggiata in bicicletta lungo il sentiero e respirando a pieni polmoni i profumi del bosco. Tutt’intorno poca gente, silenzio e grandi panorami. Un itinerario “lento” ma efficace.

A Cellere seguendo le orme di Tiburzi

Una delle tra le testimonianze architettoniche  che i Farnese hanno lasciato nell’alto Lazio si trova a Cellere, uno dei borghi più piccoli della Tuscia. L’imponente rocca medievale ampliata e trasformata in lussuosa residenza dalla nobile famiglia nel corso dei secoli XVI e XVII, fa da sfondo ad un paese di pochi abitanti, che si erge su uno sperone tufaceo protetto da profonde gole scavate per millenni dalle acque.  La Chiesa di Sant’Egidio, sorge poco fuori le mura. Un’interpretazione dei luoghi in cui hanno vissuto i briganti dell’800, posti secondo una prospettiva antropologica, è la novità a cui punta il Museo del Brigantaggio di Cellere. Inaugurato nel 2007, esso rappresenta un riconoscimento alla specificità e all’identità di un territorio dell’Alta Tuscia, e ricorda in particolar modo le disavventure del brigante Domenico Tiburzi. Un motivo in più per non perdere l’occasione di visitare il borgo.

Acquapendente, briganti e  “Pugnaloni”

Apripista per iniziare la passeggiata sul Sentiero dei Briganti, Acquapendente, è situato una decina di chilometri a nord del Lago di Bolsena presso la Riserva naturale Monte Rufeno. La cittadina, posizionata lungo la Via Francigena, con la sua meravigliosa cattedrale in stile romanico e il suo  un castello e un’abbazia, diede i natali al brigante Fioravanti, che lasciò moglie e figli dandosi alla macchia. Ogni anno a maggio la città   si anima di mercatini, spettacoli, rievocazioni in costume storico fino al tardo pomeriggio, che fanno da cornice alla Festa dei Pugnaloni, che celebra l’aiuto che la Madonna avrebbe elargito alle popolazioni locali nel cacciare Federico Barbarossa dai territori acquesiani, in seguito ad un segno considerato divino. Uno scenario insolito da assaporare con tutti i sensi:il profumo dei fiori, i colori della primavera, l’eco dei canti e della musica,la morbidezza dei petali ed infine il gusto delle tante ricette popolari che vengono riproposte in quei giorni.


Natura in viaggio: La Selva del Lamone, regno dei briganti

Amore, solitudine, tradimento e morte, con le vicende del Brigante ritrovano una forma mitica e popolare. I boschi e la selva sono i suoi territori: sentieri, anfratti e grotte dove i briganti dell’800 consumarono la loro latitanza.  La Selva del Lamone  custodisce un bosco aspro e selvaggio, ricco di ammassi lavici, anfratti bui e siepi impenetrabili. Un tempo gremita di capanne di pastori e carbonai, oggi è formata da una serie di strade sterrate, che si sviluppano per circa 50 km, percorribili anche in bicicletta. Aria salubre e boschi profumati, attirano gli amanti della nautura, che possono gustare una lettura en plein air o una escursione nel sentiero,nel cuore della maremma laziale lungo il confine con la Toscana, tra le propaggini settentrionali dei Monti Vulsini e quelle meridionali del complesso del Monte Amiata.

Il Pigneto da “girare”

Se fosse un genere cinematografico? Sarebbe neorealista.
Se fosse una strada? Sarebbe attraversata da rotaie.
Se fosse un quartiere? Sarebbe il Pigneto.
L’isola pedonale, ovvero via del Pigneto, è il punto di partenza per il nostro percorso “cinematografico”. Un itinerario nostalgico, sulla scia della tradizione neorealista che ha scelto il quartiere come scenario privilegiato di molti suoi film.

Oggi, dismessi i panni proletari del passato, è diventato il centro della vita notturna della capitale. Studenti squattrinati, immigrati e aspiranti artisti sono i clienti abituali dei numerosi locali che si affacciano sulla strada. Vinerie, ristoranti e osterie si confondono con i variopinti alimentari gestiti dalla comunità bengalese. Questa commistione di elementi, apparentemente dissonanti, è il simbolo più autentico del quartiere che ha conservato un forte legame con la tradizione ma ha saputo reinventarsi diventando un punto di riferimento per i bohemien romani e non solo. Così dopo un bicchiere di vino o una patata ripiena da Kalapà, il famoso ristorante greco che si trova in via Ascoli Piceno, si può passeggiare per i vicoli del Pigneto alla ricerca del suo passato. Non sarà difficile scorgerne tracce significative nelle deliziose abitazioni della zona “Villini”, famose per i cortili rigogliosi che sembrano usciti da un libro di favole. Il complesso di case popolari, costruito dal 1921 al 1924, dalle cooperative dei ferrovieri, ha conservato il suo affascinante stile liberty e rappresenta oggi la zona più chic del quartiere.

Il Pigneto che (r)esiste

Nonostante le apparenze, la nostra passeggiata sulle tracce del neorealismo può cominciare proprio da lì. Infatti all’incrocio con via Casilina c’è la prima tappa obbligata. Concediamoci una sosta alla trattoria “I porchettoni” dove è possibile cenare con porchetta e vino, rispettando la più genuina tradizione romana. La trattoria si trova proprio accanto al luogo in cui è stata girata la scena di Roma città aperta in cui Pina (Anna Magnani) si confessava con Don Pietro (Aldo Fabrizi). Ogni strada del Pigneto trasuda storia. Infatti durante la Seconda guerra mondiale, il quartiere fu particolarmente attivo nella Resistenza anti-fascista tant’é che oggi ospita l’associazione ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia).

Ricordando “Accattone”
Sono passati 50 anni da quando uno scapestrato ragazzo di borgata passava alla storia del cinema con il nomignolo di “Accattone”. Sulle tracce di Vittorio (questo era il vero nome del personaggio) attraversiamo il ponte che divide la parte est da quella ovest del Pigneto e ci troviamo in via Fanfulla da Lodi, cuore delle riprese del film. La strada ospita lo storico bar Necci, frequentato da Pier Paolo Pasolini durante la realizzazione della pellicola. La fama del locale si è rafforzata grazie all’erronea convinzione che si trattasse dello stesso bar del film che in realtà si trova qualche metro più avanti, in direzione della Prenestina, adesso sostituito da abitazioni private. Per i meno nostalgici che hanno voglia di scoprire cosa può offrire oggi questa zona, sempre su via Fanfulla da Lodi si trova il circolo arci “Fanfulla”, uno dei più attivi nella vita culturale del quartiere. Il circolo è molto famoso per i suoi concerti che coinvolgono importanti artisti della scena underground internazionale.


Le sale del Pigneto da “Bellissima” ai giorni nostri

In compagnia di Maria, la bambina di “Bellissima” di Luchino Visconti possiamo scoprire la dimensione artistica del Pigneto. Ormai al n. 4 di Via Alberto da Giussano sono rimaste solo eleganti palazzine che non hanno più niente in comune con gli scenari del film ma ancora oggi come 60 anni fa, quando Visconti realizzò la pellicola, sono in molti a subire il fascino della celluloide. Oltre alle tante scuole di recitazione e ai laboratori teatrali sorti negli ultimi anni nel quartiere, notevoli sono le iniziative portate avanti dal cineclub Kino. Recentemente ristrutturato dai soci attuali  (non usufruendo di alcun fondo statale e improvvisandosi manovali), il circolo arci si propone di portare nel quartiere una programmazione di qualità fuori dal coro, diversa da quella della grande distribuzione. Molto interessanti anche le rassegne organizzate da Alphaville, cineclub simbolo del quartiere, tutte dedicate al cinema d’autore, lontano dai circuiti commerciali dei multisala. L’attenzione per la tradizione con uno sguardo rivolto anche alla contemporaneità è invece la filosofia del Nuovo cinema Aquila, sequestrato alla criminalità organizzata nel 2004 e successivamente ristrutturato. Il quartiere ha quindi riaperto le sue ali e, scrollandosi di dosso la cenere di un passato glorioso e ingombrante, ha dimostrato che può ancora raccontare delle storie a chi ha la pazienza e la voglia di ascoltarle.

Così dopo aver attraversato i set del passato, possiamo finalmente  immergerci nell’oscurità di una sala cinematografica e abbandonarci alla visione.


Info utili

Al Pigneto si arriva con l’autobus 105 (uno ogni 4’, scendere alla settima fermata) e con i tram 5, 14 e 19.

Tutte le mattine nell’isola pedonale è possibile acquistare frutta e verdura. Nella stessa via, ogni quarta domenica del mese si tiene il mercatino vintage con i suoi vinili, l’antiquariato e oggettistica di vario genere.

Per evitare problemi con la polizia, è consigliato non uscire dai locali notturni con bottiglie di vetro, secondo l’ordinanza comunale anti-alcol in vigore dal 1 aprile 2011.

Da tenere d’occhio la programmazione del Circolo degli artisti in via Casilina Vecchia, 42. Un laboratorio dove musica, teatro e moda si incontrano per dare vita a eventi all’insegna della sperimentazione e della creatività.

Calcata da scoprire: l’antico borgo medievale tra natura, storia ed arte

A Calcata tutto si conserva idealmente intatto. Salendo la ripida via che attraversa le imponenti mura si raggiunge un altrove di spazio e di tempo dove ogni abitazione, ogni vicolo appare storicamente integro, coerente con quella finzione cinematografica vista così tante volte da aver assunto nell’immaginario collettivo caratteristiche di veridicità. L’immagine diventa reale ed il reale diventa immagine.

Il borgo di Calcata Vecchia, arroccato su una guglia tufacea che si affaccia sul verde del Parco Valle del Treja, è un esempio chiaro di insediamento fortificato medievale. Il nome appare per la prima volta in un documento papale dell’VIII secolo, anche se è stato supposto che il sito fosse frequentato già in epoca etrusca dai falisci, popolazione italica molto diffusa nella zona, come testimoniano le necropoli rinvenute sulle vicine colline di Narce, Monte li Scalzi e Pizzo Piede. Dopo l’ultima guerra il paese ha iniziato a spopolarsi ma da circa trent’anni la solitudine delle scoscese valli che lo circondano ed il suo aspetto fiabesco attirano l’attenzione di molti curiosi, artisti, registi e giornalisti in cerca di luoghi che possano appagare lo spirito. L’antico borgo è diventato meta privilegiata per le gite fuori porta del weekend, quando i laboratori degli artisti si aprono e il visitatore si muove all’interno di un bazar fuori dal tempo, dove ogni incontro ha un sapore speciale. È, però, durante la settimana che il paese offre di sé un’immagine diversa, più scarna, essenziale. Perde quei connotati di messa in scena per acquisire un’autenticità a tratti anche dura, non sempre raggiungibile, rarefatta come l’immagine di Calcata filtrata dalla nebbia del mattino che monta dal corso del Treja lungo le pendici rosse del pianoro, così simile ai pinnacoli di un castello di sabbia.

Per chi ama dedicarsi ad attività nella natura si possono percorrere vari sentieri all’interno del Parco, sia a piedi che a cavallo. È possibile visitare in giornata le aree archeologiche di Narce, sito falisco rinvenuto alla fine del XIX secolo, e di Santa Maria, insediamento medievale abbandonato e privilegiato punto panoramico sulla valle. Per onorare lo spirito artistico che anima Calcata non deve mancare una visita al museo Opera Bosco, un itinerario all’interno di uno spazio naturale dove si possono osservare opere di artisti affermati ed emergenti accomunate dalla medesima idea, estendere il concetto dell’arte all’ecosistema e produrre arte rinnovabile attuando la cultura della “simbiosi” tra attività umana e natura.


Il cuore del Parco valle del Treja: la collina di Narce e il sito medievale di Santa Maria

All’interno del Parco Regionale Valle del Treja, che si estende nel medio tratto del fiume Treja, affluente di destra del Tevere, si trovano molti sentieri percorribili senza troppe difficoltà, anche se è bene premunirsi di scarpe e abbigliamento adatti alla stagione in cui ci si muove. Piacevoli passeggiate accompagnano verso luoghi e siti suggestivi, come la collina di Narce ed i ruderi di Santa Maria.

Narce dista non più di un’ora di cammino dall’inizio del sentiero, il quale si snoda stretto tra un piccolo torrente avvolto nel verde di carpini e noccioli ed il poggio sul quale si trovano i resti dell’antico insediamento falisco, abitato fin dal secondo millennio avanti Cristo. Sulla sommità una possente cortina muraria in blocchi di tufo testimonia l’apice economico e politico raggiunto dalla città. Il piccolo pianoro, che conserva le vestigia dell’antica civiltà, invita ad una breve sosta ristoratrice tra le silenziose fronde dei cerri prima di mettersi nuovamente in cammino verso Santa Maria. Il secondo tratto dell’itinerario ad anello che poi riporterà a Calcata costeggia pianeggiante la riva sinistra del Treja. Lo scenario è il protagonista. Lo sciabordio delle acque che si infrangono sui ciottoli si unisce al fruscio delle alte chiome degli aceri che si affacciano sul fiume, accerchiati da estese e basse felci che lottano alla ricerca di una spera di sole.

Raggiungere Santa Maria richiede un ultimo sforzo che viene però ripagato da ciò che attende il visitatore: un ampio salotto naturale contornato da cerri, aceri e noccioli che sul bordo del pianoro si ritirano consapevoli di dover far spazio all’immagine di Calcata la quale, impassibile, si concede sul versante opposto della gola come una diva altera. Il tramonto colora e scalda ancor di più il rosso tufo che sorregge la millenaria cittadina, donandole un’aria romantica che bene si addice al luogo.

I resti dell’insediamento medievale non sono facilmente visibili. Si trovano nascosti all’interno della vegetazione e non sono segnalati. I ruderi della piccola chiesa, di cui rimangono conservate solamente le angolate e la parte absidale, attendono solitari nel mezzo del bosco. La vera piccola perla, però, è la torre che rispetto alla chiesa si trova poco più in alto. Sono ancora ben visibili le imposte ed i piedritti della volta a crociera appoggiati su pulvini finemente ornati.

Negli occhi e nelle membra rimangono impresse le ore trascorse nel silenzio e nell’ascolto. Si attraversa il fiume, entità viva che anima più di tutto la valle, su un piccolo ma robusto ponte di legno. Il ritorno in paese si fa lento. Come dice Kundera, c’è un legame segreto tra memoria e lentezza, tra oblio e velocità. E qui è facile sperimentarlo.


Opera Bosco: dove l’arte sposa la natura

 Poco fuori dal paese, in località Colle, si trova il laboratorio museo Opera Bosco. Nato agli inizi degli anni Novanta dall’iniziativa dell’artista belga Anne Demijttenaere, con la collaborazione di Costantino Morosin, il museo all’aperto si configura fin da subito come piccola avanguardia che vuole rendere evidente la simbiosi tra attività umana e natura, utilizzando per le opere esposte esclusivamente materiali provenienti dal bosco che ospita l’itinerario di esposizione. Il fine è creare un’unica grande opera d’arte complessiva nella quale il naturale e l’artificiale convivono in armonia. Ogni anno, rispettando la caducità del tempo, vecchie opere svaniscono o si perdono nel folto del sottobosco mentre ne vengono create di nuove cercando di fare fede all’anima del luogo. Il processo creativo occupa buona parte delle attività dell’organizzazione poiché il museo è anche un laboratorio dove gli artisti, nella realizzazione delle opere, procedono ad una ricerca costante che renda esplicito il potenziale delle tecniche e dei materiali natu­rali tradizionali.

È possibile anche partecipare alle attività organizzate da Opera Bosco: il Laboratorio didattico di Arte nella Natura si prefigge come scopo quello di offrire agli studenti stimoli creativi all’interno di una nuova consapevolezza dell’ecosistema.

Il percorso espositivo, purtroppo, non è sempre visitabile. Da fine marzo a metà dicembre è aperto la domenica ed i giorni festivi dalle ore 11 al tramonto. Durante la settimana e per mesi di luglio ed agosto è, invece, necessaria la prenotazione.

Odissea laziale: da Sperlonga a Ponza sulle tracce di Ulisse

Attraverso la provincia di Latina, alla scoperta dei luoghi che la leggenda collega a Ulisse e al suo eroico viaggio. Il fascino suscitato dal mito avvalora la bellezza di quei paesaggi, invogliando a fantasticare e a far credere che quel mare azzurro sia stato attraversato davvero dalla stessa ciurma protagonista del poema omerico.

Un viaggio tra storia e natura, a stretto contatto con uno degli scenari più turistici e culturalmente più ricchi dell’intero litorale laziale.
Da Sperlonga fino all’arcipelago pontino, percorrendo la via Flacca che porta dritta Terracina e all’ombra del promontorio del Circeo, custode di segreti e leggende.

Riviera d’Ulisse e Terracina, la storia corre lungo la via Flacca

Il nostro itinerario non può che partire dalla Riviera di Ulisse e in particolare dall’incantevole Sperlonga. Definita la “perla del Tirreno”, questa cittadina adagiata sulla lingua di terra del Monte San Magno ospita l’interessanteMuseo Archeologico Nazionale. Questo sorge proprio accanto ai resti della villa di Tiberio, nella cui grotta fu rinvenuto, tra gli altri, il gruppo marmoreo che rappresenta l’accecamento di Polifemo da parte di Ulisse.

Il delizioso centro cittadino, che si apre attorno alla piazzetta principale, ha un aspetto tipicamente mediterraneo con edifici bianchi e vicoli strettissimi che incrociano la via principale e da cui si scorgono sovente angoli di mare. Passeggiando attraverso di essi si possono scoprire la particolarissima Piazzetta del Pozzetto e numerosi punti panoramici dai quali osservare l’ampia spiaggia sottostante e i due laghi costieri: il lago San Puoto e il lago Lungo.

Proseguendo verso nord si arriva a Terracina, centro nevralgico della zona con il suo frequentatissimo lungomare che si estende all’ombra della famosa rupe del Pisco Montano e del monte di Sant’Angelo, sulla cui sommità svetta il Tempio di Giove Anxur.

La città si divide tra città alta (la parte più antica) e città bassa (la parte più moderna). Nella prima, luoghi particolarmente significativi sono il Foro Emiliano, centro cittadino sin dall’epoca romana e conservatosi nei secoli, e la cattedrale di San Cesareo.

Nella città bassa invece da segnalare la semicircolare piazza Garibaldi su cui affaccia direttamente la chiesa del Santissimo Salvatore. L’intero complesso monumentale è stato progettato nel XVIII secolo dall’architetto romano Giuseppe Valadier.


La magia di San Felice Circeo

La seconda tappa del nostro itinerario ci porta a San Felice Circeo, meraviglioso paesino adagiato nel versante orientale del promontorio denominato “Rocca di Circe”. Immerso nel verde del Parco Nazionale del Circeo, San Felice è rinomato per le sue casette in calce bianca e le sue brillanti e violacee bouganvilles.

Salendo fino alla località Crocette, uno dei punti più alti della città, si può godere di un panorama mozzafiato e osservare le famose Mura Ciclopiche.

Il piccolo centro ha un fascino davvero particolare: la piazzetta, punto d’incontro di turisti e villeggianti, è un vero gioiellino e si apre attorno ad una caratteristica fontana costituita da tre anfore che le conferiscono un sapore vagamente mitologico. Lo stesso che si percepisce nell’aria se si prosegue per Corso Vittorio Emanuele, dove i nomi dei vari negozietti che la animano, “Odisseo”, “Il baule di Circe” per citarne alcuni, riportano costantemente alla memoria di chi passeggia le vicende del X canto del celeberrimo poema omerico.

Scendendo verso la spiaggia, il bellissimo Lungomare si presenta in un susseguirsi di hotel, stabilimenti balneari e ristoranti dove è possibile degustare famose specialità di pesce.


Ponza, un piccolo paradiso in mezzo al Mar Tirreno

L’ultima e forse più affascinante tappa alla scoperta delle terre del mito ci fa approdare nella più famosa tra le isole dell’arcipelago pontino: Ponza. Piccolo gioiello incastonato in un mare cristallino, da molti identificata con l’antica Eea, la terra in cui il naufrago Ulisse sarebbe stato sedotto dalla Maga Circe.

Il pittoresco porto di Ponza che si apre ad anfiteatro, rappresenta probabilmente il punto più movimentato e folkloristico dell’ isola. E se quest’ultimo ha quel sapore tipicamente popolare, non si può dire lo stesso della via che dall’alto lo sovrasta, meno popolata, più quieta e silenziosa, dal carattere più aristocratico, con  suoi deliziosi bar, ristorantini e negozietti di artigianato.

Affittando uno scooter o una Mehari si ha la possibilità di visitare comodamente l’intera Ponza, percorrere le sue suggestive strade a picco sul mare e ammirare dall’alto le sue spiagge. In appena dieci minuti dal centro si arriva alle famose “Piscine naturali”, dove l’acqua cristallina invita a tuffarsi e le numerose grotte ed insenature che si aprono attraverso le scogliere creano un’atmosfera suggestiva e surreale, quasi a voler rievocare gli antichi miti e le storiche leggende che tanto hanno reso celebre questa terra.

Noleggiando una barca si possono raggiungere spiagge, baie e calette tra cui la Punta e i Faraglioni della Madonna, la bellissima Chiaia di Luna, inoltre Baia delle piscine naturali, spiaggia Cala Feola, Cala Fonte.

Le perle del Baltico: nella regione dei laghi tra acqua, terra e…design

Terra dei mille laghi, la Finlandia, e chi si è preso la briga di contarli ne ha rintracciati ben 180.000 sulla sua mappa frastagliata, ognuno singolarmente battezzato con l’attenzione che si riserva a qualcosa di caro. E proprio nell’etimologia dei nomi è scritto il legame inscindibile del suo popolo con l’elemento naturale. I cognomi più diffusi tra gli appena 5.333.000 di finlandesi suonano nella traduzione come quelli dell’immaginario caro a Tolkien: “dalle foreste”, “dei laghi”, “che viene da gli alberi”.  Una curiosità che la dice lunga sulla passione dei finlandesi per la natura e gli spazi aperti, il silenzio e la solitudine, da apprezzare in uno dei tanti cottage privati a bordo lago o nel tempo ritrovato della sauna, che da queste parti assume i toni di un vero e proprio rituale dell’anima.

Viaggiare in Finlandia nei mesi estivi significa perdersi nella sua palette cromatica di infiniti verdi e azzurri, costantemente sospesi tra acqua e terra, leggende magiche e modernità. Accanto agli spazi sconfinati disegnati dalla mano prepotente della natura si raccolgono infatti le città, centri urbani vivaci e cosmopoliti, che coniugano funzionalità e attenzione all’ambiente, creatività e standard di vita qualitativamente elevati.

Come l’innovativa Helsinki, la capitale Jugendstil già amata dagli Zar di Russia, oggi capitale del design e città riconosciuta tra le più vivibili al mondo. E ancora Tampere, la Manchester del Nord, dove la tradizione dell’industria pesante ha ceduto il passo al “pensiero pesante” per farne un vibrante centro culturale fiorito intorno alle ciminiere delle sue storiche fabbriche.

Entrambe le città sono ottimamente collegate ad altre destinazioni sul Mar Baltico, per cui si può abbinare la visita della Finlandia con quella delle storiche città della lega anseatica come Tallinn e Riga, vere e proprie perle affacciate sul mare  e recentemente aperte al turismo.

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Tampere, la Manchester del Nord

Il singolare centro storico di Tampere non ha eguali in Europa in termini urbanistici se non forse nella più grande Manchester, con cui  condivide la tradizione produttiva e l’eredità storica delle sue industrie. La terza cittadina più popolosa della Finlandia, capoluogo della regione del  Pirkanmaa, ha trovato la sua origine in una striscia di terraferma tra il laghi Näsijärvi e Pyhäjärvi, dove le rapide del fiume Tammerkoski potevano essere sfruttate per la produzione di energia idroelettrica e per alimentare l’industria tessile Finlayson. Oggi le ciminiere in mattoni rossi disegnano il centro città e gli ambienti storici della fabbrica ospitano gallerie, musei, locali notturni e ristoranti. L’incantevole Marunlathi, ad appena 15 minuti dal centro, è uno dei tanti luoghi dove dedicarsi ad attività nella natura, passeggiate e percorsi in canoa con semplici escursioni in giornata.  In città meritano una visita la Cattedrale Luterana decorata dai motivi di Magnus Eckell e la chiesa Ortodossa. Nelle lunghissime giornate estive la stravagante vita di Tampere si concentra lungo le rive del fiume o nella vivace piazza Laukontori dove bere qualcosa all’aperto o assaggiare i saporitissimi frutti di bosco venduti sui banchi del mercato. A Tampere si trova anche il Lenin Museum, l’unico spazio espositivo al mondo dedicato al rivoluzionario russo, un bel posto anche solo per curiosare o acquistare cimeli sovietici.

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Helsinki, dove nascono le idee

Nonostante si parli una lingua, come il finlandese, che non contempla il tempo futuro, ad Helsinki l’innovazione è di casa. La capitale baltica ha infatti fatto della sperimentazione e dell’arte  la sua cifra stilistica tanto da conquistarsi il titolo di Capitale Mondiale del Design per l’anno 2012. A questo primato è dedicato un intero quartiere noto come Design District, in cui si susseguono atelier e boutique dei più prestigiosi brand del design scandinavo e non solo: da Kartell a My o My  passando per Aarikka e Taito, insieme a caffetterie, bar e locali alternativi. Non lontano da qui Il cuore pulsante della città si concentra intorno all’affollatissima via Esplanadi, dove si può passeggiare tra gli edifici dalle facciate art nouveau e i lunghi giardini fino a raggiungere Havis Amanda, la statua simbolo della città che secondo il suo autore simboleggiava la rinascita di Helsinki attraverso la figura della giovane donna nuda che emerge dalle onde del mare.  La cattedrale luterana, in rigoroso stile neoclassico, con le sue cupole decorate colora di verde brillante lo skyline della città.

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Tallinn, medioevo e rinascita della nuova Europa

Il fascino del pittoresco centro storico di Tallinn deve molto all’opera sapiente di una ristrutturazione che ha conservato intatta la sua atmosfera squisitamente medievale. Il centro storico, piccolo e raccolto, è un gioiello architettonico da scoprire nei panorami sulle torri rosse tra cui svetta la più ampia, Margherita la grassa. La parte alta, Toompea, è costruita su una collina di granito e precipita in una ripida  scalinata fino al cuore di Vanalinn, la città vecchia vera e propria. La cattedrale russa ortodossa di Sant’Aleksander Nevski con le sue cupole che richiamano la vicina San Pietroburgo, è uno degli edifici più rappresentativi della città. Appena fuori dalle mura che delimitano il centro storico si apre la dinamica e positiva capitale estone, e ci si sente proiettati verso l’ottimismo della nuova Europa, protagonista della crescita delle Repubbliche baltiche che dopo decenni di oscurantismo guardano finalmente con fiducia al futuro. Merita una visita il quartiere Kadriorg con le sue ville in legno di inizio secolo dai colori pastello e dal fascino decadente. Nel quartiere si trova anche l’omonimo parco con la residenza e il giardino di Pietro il Grande, nonché l’interessante museo di arte contemporanea Kumu.

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