On the road sul tetto del mondo: il Tibet tra censura e falsi miti (parte I)

“Questo libro è proibito”. Recita un ordine consumato la guardia di frontiera mentre mi confisca la guida di viaggio sul Tibet. Non ancora vent’anni, un corpo esile che sprofonda nella pesante uniforme verde, questo ragazzo di etnia Han applica meccanicamente le leggi doganali della Repubblica Popolare Cinese. Non conosce l’inglese, eppure esamina scrupolosamente testi e immagini di ogni libro che viene trasportato in cerca di alcune parole impronunciabili da queste parti come Dalai Lama e “free Tibet”.

Inizia qui, alla frontiera tra Nepal e Cina, il nostro viaggio verso Lhasa. Al di qua, un esercito di donne nepalesi che ogni giorno attraversa il confine per acquistare beni di prima necessità a prezzi stracciati. Al di là, un improbabile agglomerato di case che sembra precipitato direttamente giù dalla collina. L’unica strada è popolata da commercianti delle merci più disparate, cambiavalute del mercato nero, giocatori di domino e sfaccendati. Alcuni mettono in scena un gioco chiassoso provando a centrare con un grosso anello un contenitore di plastica, chi vince si aggiudica il contenuto: due pentolini di rame, un pacco di riso, del cavo elettrico, una presa.

A questo punto incontriamo la nostra guida che ci accompagnerà lungo la Friendship Highway, la scenografica rotta che attraversa l’altipiano da Kathmandu a Lhasa. Organizzare un viaggio via terra in Tibet è un’impresa tutt’altro che semplice. Per ottenere un permesso di ingresso è necessario dimostrare di avere anche un biglietto di uscita, che sia aereo o ferroviario. I viaggiatori sono anche obbligati ad essere “accompagnati” per tutta la durata del soggiorno da una guida locale, che però non è tenuta a fornire alcuna informazione di tipo turistico (?!). Insomma, siete i benvenuti a patto di seguire dei circuiti turistici definiti, di non trattenervi a lungo e di non fare troppe domande. Non è che uno tra infiniti paradossi.


Lasciamo il confine diretti a Nyalam, una grigia cittadina cinese a 3800mt di altitudine. Piove e soffia un vento graffiante, ma i più giovani non rinunciano a passeggiare sulla strada deserta. Esibiscono audaci tagli di capelli alla moda che sembrano tutti opera dell’unico parrucchiere, un ragazzo in giacca zebrata con un piccolo salone e tre apprendiste. Alcuni yak frugano nei cumuli di spazzatura.

Storditi dal mal di montagna proseguiamo per Tingri (4400mt), il primo villaggio propriamente tibetano, che useremo da base come la maggior parte dei viaggiatori. Il motivo principale della sosta è raggiungere il campo base dell’Everest, che da qui dista poco più di tre ore. Le fisionomie si ispessiscono ma diventano più familiari al nostro immaginario: pelle bruciata dal vento, lunghe trecce raccolte intorno alla testa, gioielli di corallo e giada. Si riconoscono i lineamenti fieri del popolo che ha lottato ma sembrano spenti in una malinconia generale, in una polverosa desolazione in cui il vento fa più rumore della fede.

Prima dell’alba partiamo per un fuoristrada estremo, per ore guadiamo fiumi sotto la pioggia e spostiamo massi, a questo punto ci sentiamo nel nulla più totale.

Raggiungiamo il monastero di Rongbuk che ci offrirà un alloggio molto spartano per la notte a 4950mt, poco più avanti il campo base. Il cielo è coperto ma non smettiamo di sperare, come facciamo da giorni. Aspettiamo ancora fissando un cumulo di nubi, lo seguiamo mentre cambia forma, si assottiglia, scende poco e poi risale. Finalmente si concede, seppure per pochi minuti: Qomolangma, come è conosciuto nel suo nome tibetano, il monte Everest, il santuario della natura più alto del mondo. L’aria rarefatta e l’emozione rendono difficile respirare, i movimenti sono lenti e faticosi, le parole si strozzano nella commozione del momento. Ci sediamo in silenzio, all’ombra del gigante. Lo ascoltiamo. [continua]

2 Responses to On the road sul tetto del mondo: il Tibet tra censura e falsi miti (parte I)

  1. Rossana says:

    Il racconto del viaggio è avvincente e appassionante. Coinvolgente, fin dalle prime parole, ci trasmette l’emozione e la gioia di trovarsi in luoghi così diversi ed estremi, ai confini della realtà. Attendo con impazienza di leggere il seguito e, soprattutto di vivere, attraverso le immagini, la vostra avventura.

  2. Marina says:

    Sono senza parole! un racconto così profondo , direi intimo, non si trova facilmente nei Blog
    Complimenti a chi è riuscito/a a trasmettere sensazioni tali da farmi provare, quasi, le stesse emozioni
    (a un certo punto sembrava mi mancasse il respiro!)
    Pur non essendo interessata a quelle mete (probabilmente per un problema di età, ma non solo), ho apprezzato moltissimo il racconto e quindi ….. aspetto con fiducia il resto

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