Tutti i colori di Goteborg

Sono atterrata a Goteborg armata della classica borsa da fine settimana, un paio di cambi, macchina fotografica, qualche appunto veloce su cosa vedere, non troppe aspettative e  il desiderio di perdermi senza meta in un paesaggio autunnale. Con un bagaglio del genere poche città potevano deludermi, ancora meno avrebbero raccolto la sfida di sorprendermi.  Nessuna attrattiva imperdibile, pochi monumenti degni di nota, e turisti che si contano su poche decine. Insomma, che Goteborg non sia esattamente tra i circuiti turistici lo si capisce appena atterrati nel piccolo aeroporto  di Säve, sull ‘isola di Hisingen, da dove operano i voli low cost. Eppure, questa piccola città portuale è riuscita a catturarmi nella semplicità delle sue geometrie, nell’intimità dei suoi paesaggi, ma soprattutto nell’intensità della sua palette cromatica, dove l’azzurro e il giallo, il cielo e la terra, si alternano con un’intensità tale da far vibrare persino  il cielo grigio dell’autunno scandinavo.

Acqua. L’arcipelago, dove la civilità si aperta a forza il cammino in un paesaggio selvaggio, si dice abbia il potere di assorbire l’energia negativa e farla fluire nella forza dell’acqua.

Fuoco.  I lunghi boschi, ritagliati da specchi d’acqua impovvisi, si lasciano attraversare e respirare in silenzio. L’autunno li colora con la forza del giallo e del rosso..

Aria. Le tinte pastello delle case in legno regalano un’armonia delicata al quartiere di Haga e alla sua atmosfera bohemienne.

Terra.  Ma è solo  quando il mare incontra la terraferma, e la mano dell’uomo, che il contrasto si fa davvero violento e i colori raggiungono la massima saturazione…

On the road sul tetto del mondo: il Tibet tra censura e falsi miti (parte I)

“Questo libro è proibito”. Recita un ordine consumato la guardia di frontiera mentre mi confisca la guida di viaggio sul Tibet. Non ancora vent’anni, un corpo esile che sprofonda nella pesante uniforme verde, questo ragazzo di etnia Han applica meccanicamente le leggi doganali della Repubblica Popolare Cinese. Non conosce l’inglese, eppure esamina scrupolosamente testi e immagini di ogni libro che viene trasportato in cerca di alcune parole impronunciabili da queste parti come Dalai Lama e “free Tibet”.

Inizia qui, alla frontiera tra Nepal e Cina, il nostro viaggio verso Lhasa. Al di qua, un esercito di donne nepalesi che ogni giorno attraversa il confine per acquistare beni di prima necessità a prezzi stracciati. Al di là, un improbabile agglomerato di case che sembra precipitato direttamente giù dalla collina. L’unica strada è popolata da commercianti delle merci più disparate, cambiavalute del mercato nero, giocatori di domino e sfaccendati. Alcuni mettono in scena un gioco chiassoso provando a centrare con un grosso anello un contenitore di plastica, chi vince si aggiudica il contenuto: due pentolini di rame, un pacco di riso, del cavo elettrico, una presa.

A questo punto incontriamo la nostra guida che ci accompagnerà lungo la Friendship Highway, la scenografica rotta che attraversa l’altipiano da Kathmandu a Lhasa. Organizzare un viaggio via terra in Tibet è un’impresa tutt’altro che semplice. Per ottenere un permesso di ingresso è necessario dimostrare di avere anche un biglietto di uscita, che sia aereo o ferroviario. I viaggiatori sono anche obbligati ad essere “accompagnati” per tutta la durata del soggiorno da una guida locale, che però non è tenuta a fornire alcuna informazione di tipo turistico (?!). Insomma, siete i benvenuti a patto di seguire dei circuiti turistici definiti, di non trattenervi a lungo e di non fare troppe domande. Non è che uno tra infiniti paradossi.


Lasciamo il confine diretti a Nyalam, una grigia cittadina cinese a 3800mt di altitudine. Piove e soffia un vento graffiante, ma i più giovani non rinunciano a passeggiare sulla strada deserta. Esibiscono audaci tagli di capelli alla moda che sembrano tutti opera dell’unico parrucchiere, un ragazzo in giacca zebrata con un piccolo salone e tre apprendiste. Alcuni yak frugano nei cumuli di spazzatura.

Storditi dal mal di montagna proseguiamo per Tingri (4400mt), il primo villaggio propriamente tibetano, che useremo da base come la maggior parte dei viaggiatori. Il motivo principale della sosta è raggiungere il campo base dell’Everest, che da qui dista poco più di tre ore. Le fisionomie si ispessiscono ma diventano più familiari al nostro immaginario: pelle bruciata dal vento, lunghe trecce raccolte intorno alla testa, gioielli di corallo e giada. Si riconoscono i lineamenti fieri del popolo che ha lottato ma sembrano spenti in una malinconia generale, in una polverosa desolazione in cui il vento fa più rumore della fede.

Prima dell’alba partiamo per un fuoristrada estremo, per ore guadiamo fiumi sotto la pioggia e spostiamo massi, a questo punto ci sentiamo nel nulla più totale.

Raggiungiamo il monastero di Rongbuk che ci offrirà un alloggio molto spartano per la notte a 4950mt, poco più avanti il campo base. Il cielo è coperto ma non smettiamo di sperare, come facciamo da giorni. Aspettiamo ancora fissando un cumulo di nubi, lo seguiamo mentre cambia forma, si assottiglia, scende poco e poi risale. Finalmente si concede, seppure per pochi minuti: Qomolangma, come è conosciuto nel suo nome tibetano, il monte Everest, il santuario della natura più alto del mondo. L’aria rarefatta e l’emozione rendono difficile respirare, i movimenti sono lenti e faticosi, le parole si strozzano nella commozione del momento. Ci sediamo in silenzio, all’ombra del gigante. Lo ascoltiamo. [continua]

Camera con vista…subacquea

Il Jules Undersea Lodge è l’unico hotel sottomarino al mondo. Realizzato a Key Largo, Florida, all’interno dell’ ex laboratorio di ricerca La Chalpa, è oggi un’oasi di relax e avventura sott’acqua, a cui si accede rigorosamente in costume da bagno e con un’immersione fino a sette metri di profondità attraverso la laguna di mangrovie Emerald, un riparo naturale per moltissime delle specie marine che abitano la barriera corallina.

L’accesso attraverso il bocchettone superiore è in se un’esperienza unica, in cui l’accoglienza rassicurante di un normale arrivo in hotel cede il posto al fascino elettrizzante della scoperta di un segreto nascosto.

Ogni stanza è dotata di un oblò del diametro di un metro attraverso il quale potete trovarvi faccia a faccia con pesci angelo, barracuda e dentici che ricambieranno il vostro sguardo con altrettanta curiosità. L’hotel ha solo due stanze e può ospitare fino a quattro ospiti per notte con tariffe intorno ai €500.

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A Lubiana per un’estate da leggere

Sarà Lubiana ad onorare il prestigioso riconoscimento dell’Unesco di capitale europea del libro fino al 23 aprile 2011. Con 18 teatri, una cinquantina di musei, quasi 60 gallerie d’arte, quattro orchestre ed oltre 10.000 eventi all’anno la capitale slovena, nonostante le sue piccole dimensioni, è una vera capitale culturale, che si prepara ad ospitare l’evento con un programma di appuntamenti, reading e incontri di altissimo livello.

Sono già stati ospiti della capitale slovena Herta Müller, il premio Nobel per la letteratura del 2009, David Grossman, di certo il più grande scrittore israeliano contemporaneo, e poi l’austriaco Daniel Kehlmann, vincitore del Welt Literaturpreis, il ceco Michal Viewegh, autore de “Il caso dell’infedele Klara” da cui è stato tratto l’omonimo film con Claudio Santamaria e Laura Chiatti, e l’australiano Richard Flanagan, autore del romanzo a cui si è ispirato il film “Australia”, con Nicole Kidman. Leggi la guida

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